BY: Marcella Cammalleri

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Chi sono i non amati? Quali sono queste ferite e  come ci influenzano tutta la vita?

L’amore ci mette in estasi in unione con il divino ma ci conduce pure nel territorio opposto nella sottrazione, nell’inferno riportandoci all’inaccessibilità quando soprattutto l’amore non è reciproco, e quella ferita non può essere sanata, almeno non subito o in modo indolore.

Il trauma è ciò che c’è di misterioso nell’essere e quindi va scovato, proprio perché l’individuo ha per sopravvivere ha messo sotto traccia l’emozioni che ne fa da sfondo. Lo scopo della psicoterapia è quello di collegare la persona al suo sentire ed in questo modo permetterne la connessione a quell’evento che è, almeno in apparenza, stato dimenticato.

Il paradosso è dunque quello che la ferita del non amato in realtà è un dolore necessario che porta ad un risveglio ad una rinascita, se saputa accogliere ed ascoltare.

Tra le esperienze più forti che un essere umano può sperimentare, le ferite d’amore, possono essere allora curate?

Dal punto di vista neurofisiologico i vari scienziati hanno confermato che quando una persona vive un abbandono, il corpo percepisce un dolore di vasta portata quasi come se fosse vicino alla morte e questo la dice lunga sul fatto che sia una esperienza così difficile da attraversare. Spesso chi ha vissuto un evento del genere, sebbene il suo corpo preservi il suo spirito vitale, negli occhi, da sempre specchio dell’anima, invece è rimasto ben poco allora spesso si finisce per vivere anestetizzandosi, strutturando fisicamente ed emotivamente una corazza che li possa rende inaccessibili agli altri ma in principale modo a se stessi ed ai loro sentimenti ed in questo modo poter continuare a vivere ed ad essere efficaci nel lavorare a livello, personale, sociale, tanto quanto lavorativo.

Il problema dove è quindi?

Il rischio in cui ci si imbatte in questi casi è quello che nell’anestetizzare il dolore si anestetizza anche la parte vitale, del resto il dolore e la gioia passano per la stessa ferita-fessura per cui non si può pensare di non soffrire e di provare solo la gioia.

Il fatto di lasciarci attraversare da quella sofferenza, il fatto di sentirla è da un punto di vista biologico a livello personale necessario, perché adattivo. L’uomo si è sviluppato anche per via della capacità di sentire dolore “se tu mi dai un pizzico sul braccio io ad esempio subito mi allontano, mi muovo grazie al fatto che tu mi stai facendo male” e quindi il dolore cosa implica? Il dolore è una risposta del cervello ad una sofferenza, il cui scopo non è soffrire ma spingerci ad agire.

La capacità di spostarsi nello spazio sia fisico che psicologico, “perché mi stai facendo male, mi stai facendo soffrire”, mi permettere di vedere altro ed oltre l’amore. Quando ciò accade è il momento in cui le persone iniziano ad interrogarsi sulla propria vita ed ad avere una coscienza di se, poiché iniziano a chiedersi: “cosa provo  adesso e perché mi succede questo”?

La perdita di una persona cara, l’abbandono di un partner, di un amico è proprio in quel momento che le persone iniziano ad avere una consapevolezza di se, che iniziano a capire come hanno funzionato in tutti quegli anni, con una cognizione che prima non avevano. Ci si inizia ad interrogare sul fine della vita.

Il fine della vita per Jung è la morte. Sembra irragionevole poiché dovrebbe essere la gioia, l’emozione positiva per eccellenza ma in realtà morire è si un evento reale ma è anche la metafora di un cambiamento che quando avviene ti travolge e stravolge radicalmente. Non ci pensiamo mai ma a soffermarci un po’ ci rendiamo conto che in fondo tanti di noi sono morti nel corso della loro vita e tante sono quelle morti che abbiamo attraversato: una, due, cento, mille ed altre ancora saranno da attraverseremo. “Nell’allenare la capacità di morire nella relazione con l’altro che io mi lascio trasformare, poiché mi lascio mettere in discussione”: morire allora è indispensabile per avere una relazione, perché è indispensabile quella ferita nella relazione

Non tutti riescono a fare questa esperienza di amare, ne tanto meno a “farsi attraversare dalla morte” non tutti siamo destinati ad una vita sentimentale ricca ma tutti siamo destinati alla ricerca di una passione che ferendoci stimola la nostra identità e la crescita.

La ferita ci mette in contatto con la vita interiore, nei sogni in particolare quelli insistenti, ci sono dei messaggi importanti, inascoltato, proprio perché si stanno cercando di evitare.

La vita interiore è quindi una conquista per l’essere umano, nel senso di meta di un percorso non affatto scontato proprio perchè duro e faticoso, del resto il mondo che abbiamo attorno non ci favorisce in questa impresa.

Sono le persone che hanno vissuto più deprivazione, non avendo avuto l’amore che volevano o come lo volevano, sono quelle che si sono mosse con maggiore frequenza, magari sbagliando, sbattendosi da una parte all’altra, come in uragano ma, sono anche quelle che si trasformano di più rispetto ad altri  individui che non hanno avuto quelle ferite.

Le persone con ferite profonde hanno delle risorse incredibili e la loro capacità è commovente, le loro sono storie personali ricca di cambi di tanti cambi di rotta affrontati con un coraggio senza eguali poiché la ferita “forma e  trasforma” determinando quel risveglio psicologico che induce a sperimentare livelli più profondi di consapevolezza, aprendo quello squarcio necessario verso di quell’abisso interiore.

Le ferite sono quindi anche questo e cioè quella possibilità di riscoprire parti di noi che più fanno male proprio perché ci richiamano e ridestano verso quella parte di noi che abbiamo tralasciato. Ospiti scomodi che nessuno si augura di ricevere, ma in quanto ospiti il nostro compito è quello di accoglierli per coglierne il messaggio che di volta in volta, anche se destabilizzante, ci consegnano.

In Giappone c’è un rituale famoso che si chiama kinsungi per cui quando si rompe un oggetto come ad esempio un vaso si prendono i pezzi e si rincollano facendolo con una colla dorata che visibilmente brilla e ciò è altamente significativo, anzi è interessante questa pratica, poiché l’oggetto viene ricostruito e la ferita rimane visibile rappresentando ciò che di più prezioso è presente nell’oggetto. Una volta che è stato rincollato ci si ricorderà sempre cosa è accaduto ma soprattutto non si dimenticherà la nostra storia interiore, che ci contraddistingue: siamo non solo i nostri successi o fallimenti materiali ma siamo quel che siamo grazie al nostro percorso umano.

“Amare le nostre ferite” è questo quello che imparo insieme ai miei pazienti, apprendo una lezione importante e speciale: imparare ad amare il dono l’occasione ri-incontrare l’altro così per come è: meravigliosamente imperfetto.

La psicoterapia aiuta a guardare le ferite per trovare le feritoie, a volte da soli non si può, occorre quello spazio che apre la vista a qualcos’altro, quello sguardo che accompagna poiché laddove noi soffriamo ci stiamo offrendo alla vita e da lì in poi avere l’occasione di sperimentare una gioia diversa perché piena di quanto di più profondo e prezioso abbiamo: se stessi.