06 Lug 2018

BY: Marcella Cammalleri

Relazioni Sociali / Senza categoria

L’empatia è un termine che può sembrare piuttosto astratto ma che in realtà rappresenta un fenomeno molto naturale e arcaico che caratterizza l’essere umano. Una capacità di cui senza dubbio abbiamo particolare bisogno in questo momento della nostra storia, visti i temi sociali più attuali.L‘empatia rappresenta una capacità emotiva e sociale importante in quanto permette di comprendere emozioni, pensieri e stati d’animo di qualcun altro in modo immediato e istintivo, proprio come se si trattasse di un nostro vissuto. Per Martin Hoffman, l’empatia è come “la scintilla che fa scaturire l’interesse umano per gli altri, il collante che rende possibile la vita sociale”. Senza empatia, gli esseri umani sono creature solitarie, scollegati dagli altri. L’empatia è la connessione tra le menti, un bluetooth tra mondi personali diversi attraverso il quale circolano e si scambiano liberamente sensazioni, ci si motiva e influenza al di là delle parole grazie alle emozioni.
Sentire l’altro è qualcosa di più del comprenderlo, c’è bisogno di uscire dalla versione personale, dalla propria prospettiva egocentrica. Connettersi all’altro, al suo mondo emotivo, alla sua realtà, collegarsi vuol dire essere in sintonia, intuire il suo sentire. Ma come si è empatici? Ecco degli esempi pratici:
Una mamma empatica intercettare i bisogni affettivi del suo bambino, rispondendo con presenza e attenzione quando ce n’è bisogno, permettendo al piccolo di sentirsi visto e accolto. Una mamma senza empatia non riesce ad intercettare i bisogni affettivi del suo bambino, lasciandolo quindi frustrato e incompreso.
Un bambino che ha rotto un gioco ad un compagno, se ha sviluppato la sua capacità empatica, si dispiace per primo e si attiva per scusarsi o per aggiustargli il gioco.Un bambino che ha rotto un gioco ad un compagno e non ha sviluppato la sua capacità empatica, ignora il dispiace o l’arrabbiatura del bambino lasciando nella relazione una ferita aperta.
Se una bambina è empatica non prende in giro le compagne perché sa che non è piacevole essere presi in giro. Se una bambina non è empatica prende in giro le compagne perché non si prende cura del dispiacere che arreca o addirittura se ne compiace.
Nel suo libro “Empatia e sviluppo morale”Martin Hoffman, docente di psicologia dell’Università di New York, propone un modello di empatia a tre componenti: componente affettiva, cognitiva e motivazionale.
La componente affettiva è proprio la prima a svilupparsi e che si osserva quindi nei neonati. Si tratta proprio di una reazione istintiva agli stati emotivi dell’altro che avviene senza mediazione del pensiero. Se l’altro è triste, anch’io divento triste come le emozioni della madre.
La componente cognitiva che riguarda il pensiero si sviluppa successivamente con la maturità e consiste nella capacità di riconoscere e dare un nome agli stati emotivi vissuti da altre persone e di ipotizzare pensieri e desideri dell’altro.
La componente motivazionale riguarda il desiderio di aiuto che nasce in seguito all’esperienza empatica. Il fatto di poter fare qualcosa per l’altro fa provare uno stato di benessere e scongiura, invece, il senso di colpa.
Empatia: da cosa origina
Le moderne neuroscienze, con gli studi più recenti, hanno mostrato che la capacità di provare ciò che sente l’altro è sostenuta da basi biologiche. La ricerca ha scoperto l’esistenza di “neuroni specchio”, che reagiscono alle emozioni espresse da altri per poi riprodurli per cui dal punto di vista psicobiologico, soffriamo assistendo al dolore altrui così come quando lo viviamo personalmente, attivando le medesime aree cerebrali del resto dolore fisico ed emotivo inoltre condividono gli stessi circuiti neurali.
Si ritiene inoltre che i primi percorsi neurali dell’empatia si formino già nella prima infanzia. Sono le esperienze precoci di attaccamento a segnare il modo personale di stare con gli altri, diventare empatici.
L’empatia è un’esperienza precocissima che si crea all’interno di una relazione significativa, quella genitoriale. Se questa capacità viene vissuta ripetutamente e favorita dal contesto in cui si nasce e si cresce si costruiranno relazioni felici e appaganti; se, invece, il bambino non riesce a farne esperienza, cioè le figure di riferimento non riescono a empatizzare con il suo vissuto, si aprono le porte a relazioni difficili verso la violenza e il conflitto bullismo.
L’assenza di empatia è stata osservata nei sociopatici, nei criminali violenti nei quali non si attivano le aree cerebrali necessarie per provare preoccupazione verso gli altri.
E’ questa la palestra emotiva nella quale ci alleniamo capendo se i sentimenti sono accolti e compresi dall’altro, se i bisogni trovano risposta. Dove impariamo a sintonizzarci, a ritmare le relazioni in una reciprocità che sta alla base di ogni forma di amore.
“La parola empatia è sulla bocca di tutti, da Obama al Dalai Lama,” spiega Roman Krznaric, intellettuale e scrittore tra gli ideatori dell’Empathy Museum che è stato inaugurato il 4 settembre 2015, in occasione del Totally Thames Festival, con l’installazione A Mile in My Shoes ovvero “Un miglio nelle mie scarpe”. Camminare un miglio con le scarpe di qualcun altro, per sentire che cosa prova e come si sente. Ha origine dal vecchio detto anglosassone “Prima di giudicare qualcuno prova a camminare per un miglio con le sue scarpe” ascoltando, in cuffia, la storia del proprietario.
“Viviamo in un mondo così iperindividualistico che le nostre capacità di provare empatia stanno rapidamente diminuendo. Basti pensare che, secondo studi recenti, negli Stati Uniti i livelli di empatia sono crollati del 50%. La nostra incapacità di capire il punto di vista degli altri, le loro esperienze e i loro sentimenti sono alla base del pregiudizio, del conflitto e della disuguaglianza. L’empatia è l’antidoto di cui abbiamo bisogno “spiega Krznaric. “E’ lo strumento più potente che abbiamo per capire la vita degli altri continua lo scrittore è proprio l’empatia e l’Empathy Museum è nato proprio per questo.
L’idea di questo particolare museo ci fa capire in effetti che è stata avvertita l’esigenza di uno spazio per comunicare e proteggere una risorsa preziosa che stiamo perdendo.
La nascita di un museo dedicato a una capacità che stiamo perdendo, quella di comprendere lo stato d’animo nasce da una frase de Il buio oltre la siepe: «Non puoi davvero capire un’altra persona fino a quando non consideri le cose dal suo punto di vista, fino a quando non entri nella sua pelle e non ci cammini dentro. Non è vero, come le ultime ricerche della neuroscienza dimostrano, che l’uomo sia per natura un essere concentrato solo su se stesso. Lo è diventato con il passare dei secoli, grazie a culture che hanno insegnato e privilegiato la difesa dei propri interessi rispetto all’altruismo e alla solidarietà. Il principale colpevole è ritenuto Thomas Hobbes, il filosofo che riteneva gli esseri umani capaci di due soli istinti: quello di sopravvivenza e quello di sopraffazione.
L’empatia è invece il concetto cardine di questo progetto. Una risorsa straordinaria, riconosciuta da sempre come vantaggio evolutivo per l’uomo, in grado di aumentare impegno e interazione sociale, abbattere pregiudizio, conflitto e disuguaglianza. Instillare valori umani.
Indossare per un po’ le scarpe di un vagabondo può sembrare un gioco, ma non lo è. Se gli esseri umani riscoprissero davvero l’empatia – sostiene il professor Krznaric – comincerebbe una rivoluzione globale che potrebbe cambiare ogni cosa. Sarà comunque un percorso difficile e non mancano di certo i nemici, che consigliano di guardare bene nelle scarpe di chi ci si mette per capirne le ragioni: potrebbero essere quelle degli abitanti del Ghetto di Varsavia, ma anche quelle di Hitler. Il museo ha lo scopo di guidare i visitatori verso un atteggiamento completamente nuovo. Tutti possiamo pensare di essere altruisti perché ci prendiamo cura delle persone che conosciamo, nella vita reale come in quella online. Ma si tratta quasi sempre di persone simili a noi. La vera empatia è la profonda comprensione di chi è molto diverso da noi e ci chiede aiuto, è persino la ricerca di punti in comune con il nemico. Come già avviene nel Parents Circle, un Forum di famiglie israeliane e palestinesi che si incontrano regolarmente, scoprendo che le cose che le uniscono sono molte di più di quelle che le dividono.
Krznaric spera che dal suo piccolo museo di Riverside Gardens parta una rivoluzione: «Lo scopo – dice – è quello di creare un’esplosione di empatia nella vita quotidiana. Non vogliamo creare l’ennesimo museo Vittoriano, ma uno spazio di esperienze e condivisione». Per provare ad esempio a stare nelle scarpe degli altri, i visitatori possono davvero indossare scarpe appartenute a profughi, operai, vagabondi e andarci un po’ in giro. Possono anche poi provare le scarpe di un banchiere della City, e apprezzare la differenza. Un’esperienza simbolica, così come le proposte di film e libri offerte nel sito Empathy Museum, per spronare le proprie potenzialità empatiche, affinarsi nell’apprezzare punti di vista, esperienze e sentimenti diversi dai nostri. Nel sito web empathymuseum.com sono elencati film e libri consigliati a chi vuole migliorare il proprio tasso di empatia: al primo posto nei film c’è Quasi amici di Olivier Nakache e Éric Toledano; nei libri invece abbiamo “la Comunicazione nonviolenta” di Marshall Rosenberg, un autore che si dedica a diffondere un po’ di gentilezza nelle relazioni umane.
Dopo la prima installazione londinese, è stato organizzato un tour itinerante in giro per il mondo, ma sarà possibile seguire gli eventi del Museo anche a distanza, sul sito web, dove è già stata attivata una libreria digitale, completa di film e libri che, secondo gli organizzatori, contribuiscono a sviluppare la sensibilità di ognuno.L’empatia è l’arte di mettersi nei panni di un altro e di vedere il mondo attraverso i suoi occhi è legata alle esperienze successive e la consapevolezza di noi stessi a determinare il nostro potenziale empatico ed è indispensabile in ogni relazione, perché permette di comprenderci profondamente, incontrarsi, di essere coinvolti.
Quando non siamo attenti a ciò che gli altri provano probabilmente non lo siamo nemmeno verso noi stessi, ci trattiamo con superficialità o distacco. Siamo persi, confusi e lontani da tutti.Disposti a conflitti, a difficoltà nella comunicazione, ad atteggiamenti contraddittori. Bloccati in un mondo individualista. Con gravi conseguenze a livello sociale.In una sorta di disturbo da deficit di empatia – etichetta inesistente nella letteratura scientifica – la nostra cultura in effetti sembra privilegiare disconnessione, insensibilità, indifferenza a favore di autosufficienza e indipendenza.
In un mondo globalizzato e interconnesso paradossalmente manca il filo emotivo della connessione, la consapevolezza di essere tutti legati. Eppure la scienza ci dice che siamo dotati di sorprendenti strutture neuroplastiche, possiamo riprogrammarci, cambiare, formare nuove connessioni.
Si può lavorare anche sull’empatia, addestrarla e rafforzarla. Uscendo dal nostro egocentrismo emotivo che distorce la comprensione degli altri a favore di quelle reti neurali che permettono di legarsi e amare le altre persone. Allenandoci attraverso comportamenti prosociali. Affinando la nostra intelligenza emotiva e sociale intraprendendo un percorso di consapevolezza interiore di tipo psicoterapeutico che ci permetta di vedere il mondo da altre angolature e nella relazione con l’altro che del resto giungiamo a nuove consapevolezze che aprono porte mai vite.